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Apparso nel 1992, questo
kit non è più una novità, però fino ad oggi
non sono circolate molte recensioni che ne mettessero completamente in
luce i pregi e i (purtroppo) numerosi difetti. Nonostante una tale
premessa, secondo me rimane, al momento, il modello migliore per
ottenere un realistico P-51B in questa scala. Vi spiego le mie ragioni.
Sotto il coperchio della scatola, abbellito da uno splendido disegno
dell'ineffabile Shigeo Koike, troviamo tre stampate in plastica grigio
chiaro più altre due in plastica trasparente, tutte di ottima
qualità. Le varie parti sono prive di bave e combaciano molto
bene, rendendo quasi inutile l'uso di stucco. Il dettaglio superficiale
è costituito da incisioni finissime, marchio di fabbrica
dell'azienda giapponese.
Affrontiamo subito l'area del modello che presenta i maggiori problemi,
cioè l'ala. Per cominciare presso la radice, il tratto di bordo
d'attacco che si protende in avanti ad ospitare le ruote del carrello
dentro l'ala ha una freccia eccessiva; infatti dovrebbe unirsi alla
fusoliera un buon paio di millimetri più indietro. E' un difetto
molto visibile e va corretto senza indugio, ma si porta dietro un'altra
scocciatura. Se infatti limiamo il bordo d'attacco per riportarlo alle
giuste forme, praticamente andiamo ad invadere proprio i vani del
carrello, che ovviamente sono troppo ampi! La soluzione consiste
nell'incollare i portelli principali in posizione chiusa, lavorarsi la
zona a colpi di lima, quindi stuccare e reincidere la linea anteriore
dei portelli in posizione più arretrata. So bene che un Mustang
parcheggiato perde pressione nel circuito idraulico e lascia aprire
lentamente i portelli, ma possiamo anche ipotizzare che nel nostro
modello il motore sia stato appena spento...! Questo approccio ci
consente anche di (quasi) dribblare elegantemente un'altra seccatura: i
dannati vani sono pure di una profondità ridicola, oltre che
dettagliati in modo molto fantasioso e così facendo nasconderemo
il loro deludente aspetto.
Il caratteristico profilo alare laminare è stato ben riprodotto,
con la riserva di uno spessore un po' eccessivo; è quindi
necessario carteggiare internamente le semiali, specie presso le
estremità, per avere un bordo d'attacco più affilato.
Prima di incollarle fra loro non dimentichiamo di separare i flap con
un seghetto per poi assemblarli in posizione abbassata; non è un
lavoro da poco ma aggiungerà parecchio realismo al modello.
Poteva pensarci la Hasegawa però: visto quanto ci fa pagare i
suoi prodotti, sarebbe stata un'opzione molto apprezzata. In
alternativa l'industria dell'aftermarket può fornire dei flap in
resina già pronti per l'uso (ad esempio il kit AC7201
dell'australiana High Planes Models, che include anche dei vani
carrello un po' più realistici...).
Qualche imprecisione è percepibile sulla forma in pianta delle
estremità alari. Mi riferisco al terzo posteriore di tali
carenature, che deve essere praticamente rettilineo e terminare proprio
sullo spigolo esterno dell'alettone. Si rimedia agevolmente con qualche
giudizioso colpo di lima.
Non è ancora finita perchè le tre luci colorate di
identificazione, sotto la punta dell'ala destra, non sono nel posto
giusto, perciò si devono stuccare e riprodurre più
all'interno di 5 mm, meglio se con tondini di plastica trasparente.
Le aperture ventrali di espulsione di bossoli e maglioni dalle armi
sono del tutto sbagliate e da rifare. In realtà c'era una sola,
grossa finestra quadrata (allineata con la mitragliatrice interna) che
scaricava i bossoli per entrambe le Browning di ogni ala, affiancata da
due piccole aperture rettangolari (una davanti e una all'esterno) per
la fuoriuscita dei maglioni. Per inciso questa disposizione era la
stessa per tutti i Mustang con due armi da 12,7 mm per semiala,
cioè P-51A, A-36 e P-51B. Ricordo che, viste di fronte, le
quattro armi sono allineate sullo stesso piano orizzontale, ovvero non
seguono il diedro alare.
Già che ci siamo, per tutte queste versioni i piloni per carichi
esterni sono apprezzabilmente diversi da quelli del P-51D, ma i
nipponici glissano e ci propinano quelli di quest'ultimo modello, a
causa delle stampate comuni alle varianti B e D incluse nei relativi
kit. La soluzione consiste nel costruirsi i braccetti stabilizzatori e
incollarli alla base di ogni pilone; per capire meglio il da fare
è necessario consultare immagini specifiche, reperibili, per
esempio, nella monografia Detail & Scale n. 50, dedicata per
l'appunto ai primi Mustang.
E dopo questo turbine di modifiche passiamo al resto del modello, che
al confronto sarà una passeggiata di salute.
La lunghezza della fusoliera non è perfetta (-1 mm circa), ma
ciò è ininfluente sull'aspetto generale dei modello.
Anche l’impennaggio verticale (timone e deriva) è penalizzato da
una altezza insufficiente di circa 1 mm, misura, questa, solo
apparentemente trascurabile ma, vi assicuro, piuttosto importante per
il look finale. Consiglio di asportarne l'estremità e
ricostruirla con un pezzo di plasticard più alto da sagomare in
loco.
Ogiva buona ma lievemente troppo appuntita, ergo, intervenire con
limetta. Le pale dell’elica sono pure buone, ma devono essere
notevolmente assottigliate e quando le si monta sull'ogiva si deve
modificarne l'incastro per aumentare il passo, che risulta troppo corto
così com'è.
Gli interni dell'abitacolo sono discretamente ammobiliati e fanno una
bella figura attraverso la capottina chiusa, che è molto
trasparente e concepita in modo da nascondere assai bene la giunzione
posteriore con la fusoliera. I pannelli triangolari laterali al
parabrezza, però, dovrebbero avere il lato basso visibilmente
convesso e non rettilineo (l'illustrazione sulla scatola è
paradossalmente molto più corretta). In questo caso ci possono
essere d'aiuto le eccellenti capottine vacuform della Falcon e, se si
percorre la strada di aprire il tettuccio, un buon kit di
superdettaglio per interni non farà male, come ad esempio
l'ottimo Aires 7019 in resina e fotoincisioni, di resa eccellente e
niente affatto costoso.
In nome del realismo si dovrebbe intervenire anche sullo sfogo d'aria
ventrale del radiatore dell'olio, aprendolo e rifacendo il flabello in
plasticard sottile. Le sezioni nel condotto ventrale che porta aria ai
radiatori sono un po’ troppo squadrate; il fondo, dalla bocca di presa
alla zona dei blocchi radianti, dà l'impressione di essere
troppo piatto.
Ho qualche remora pure sugli scarichi del motore, che, pur essendo
molto raffinati, mi paiono un pochino troppo sottili.
L'ultimo problema rilevante del nostro modello sono i cerchi delle
ruote: hanno solo otto aperture di ventilazione invece delle canoniche
dieci. Alla Hasegawa se ne sono accorti in un secondo tempo,
perchè nel kit del P-51D (distribuito successivamente) la svista
delle ruote è stata corretta e anch'io ne ho approfittato,
utilizzandole come master per realizzarne una nuova coppia con plastica
fusa in trielina e colata in stampi di silicone. L'equivoco è
certamente dovuto al fatto che diversi Mustang restaurati circolano
oggigiorno con le ruote a otto aperture dei P-63 Kingcobra. Esse furono
installate anche sui P-51D assemblati su licenza dalla CAC in Australia
subito dopo la guerra e oggigiorno sono più diffuse e reperibili
delle originali North American.
Alla fine, rimane qualcosa di buono in questa benedetta scatola di
montaggio e vale la pena sciropparsi una tale sfacchinata per
l’assemblaggio? Beh, secondo me si. Intanto il dettaglio superficiale,
come già menzionato, è veramente superlativo, poi ci sono
alcuni particolari pregevoli, come i bellissimi serbatoi sganciabili da
75 e 108 US gal., le buone dimensioni e le forme generali (a parte le
debolezze già esaminate). Infatti non credo presenti alcun
difetto talmente grave che un modellista medio non possa correggere con
un impegno ragionevole.
Il foglio di decals è piuttosto ampio e permette di completare
tre velivoli, tutti appartenuti ad assi dell'8a Air Force (basata in
Inghilterra) nel 1943-'44.
1) In Olive Drab/Neutral Gray, lo Shangri-La del famoso Capt. Don
Gentile del 4° FG.
2) Il più pittoresco, per via della finitura metallo naturale
con strisce d'invasione parzialmente ridipinte, è l'aereo del
Lt. Robert Eckfeldt del 361° FG., Bald Eagle.
3) Di nuovo kaki e grigio, il Bee del Maj. Duane Beeson, ancora del
4° FG.
Malauguratamente anche qui, insieme agli schemi di colorazione, i
disegnatori giapponesi hanno infilato una ragguardevole serie di
svarioni, che andrò di seguito a commentare nell'ordine
suindicato.
1) La scacchiera bianca e rossa era anche sul lato destro del muso e
comunque aveva due colonne di quadratini in più. La matricola
gialla, in coda, ha le cifre troppo basse, in realtà erano alte
8". Al contrario di quanto riportato sulle istruzioni, non c'erano le
bande bianche sugli impennaggi. Sul versante positivo, molto buoni lo
stemma personale e i marchi di vittorie.
2) Il colore dei numerosi fregi blu su fondo giallo è troppo
chiaro (era identico al blu scuro delle coccarde) e in ogni caso il
loro numero e la loro disposizione è errata quasi ovunque. Il
nome corretto era Bald Eagle III, la grafia poi è inesatta e il
colore non era nero, bensì blu scuro (o magari rosso) con ombre
nere. Anche qui la matricola ha le cifre troppo basse. Manca una banda
bianca alle invasion stripes ventrali. Da non usare i marchi rossi ad L
(no step) n. 31 e 55 e neanche gli stencil dei bocchettoni sebatoi n.
27. La lettera E del codice individuale non era più piccola, ma
aveva le stesse dimensioni delle altre due, B7, dove però la B
è troppo larga.
3) La matricola è sbagliata, quella corretta era 36819. Le
lettere QP del codice di Squadron sono troppo larghe e la lettera
individuale M è molto sospetta. Infatti, diverse fonti
autorevoli danno QP-B come indicativo del Mustang del Maj. Beeson, ma
non posso essere categorico senza il supporto di una foto specifica,
che non ho ancora trovato. Anche per questo velivolo niente bande
bianche sugli impennaggi. Ben fatto il distintivo personale.
Per essere onesti, bisogna almeno menzionare che il foglio comprende
pure una nutrita dotazione di stencil, molto fini e ben stampate.
Dunque, il kit non è certo uno dei più riusciti sfornati
dalla Hasegawa negli ultimi anni, tutt’altro, ma non è neppure
da disprezzare e ribadisco che ci permette di costruire il migliore
P-51B in 1/72. Chi lo acquista sa che lavoro lo attende.
Alberto Zanfi
IPMS Modena
n. 823
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