Douglas A-4B Skyhawk

Fujimi no. 26101, scala 1/72 – fuori catalogo (£ 22.500 nel 1988)



Lo so, la recensione di un kit ormai fuori produzione sa di archeomodellismo, ma ho letto troppe volte che si tratta della migliore riproduzione in questa scala e vale la pena di setacciare i polverosi scaffali dei negozi di provincia per procurarselo. Meglio sapere prima a cosa si va incontro, perciò vi espongo le mie cosiderazioni su tale modello in queste righe.
Nel lontano 1988 la Fujimi ci offrì una nutrita serie di scatole di montaggio coprente l’intera famiglia di versioni, anche biposto, del piccolo e famoso aereo d’attacco imbarcato statunitense. A suo tempo acquistai la confezione sull’A-4B, deciso a riprodurre un velivolo della Fuerza Aerea Argentina nel conflitto delle Falkland. Questa recensione è perciò incentrata soprattutto su questo modello, potenzialmente uno dei più interessanti della gamma, dato che in precedenza disponevamo solo dell’arcaico kit Airfix a coprire le prime varianti dello “Scooter”. Stante la presenza di molte parti comuni con le versioni successive, però, le note che seguono possono essere utili anche per gli altri Skyhawk Fujimi. Sempre per tale motivo, le istruzioni (in verità un poco caotiche) sono da studiare con attenzione perché riportano numerose piccole modifiche dedicate (come l’apertura di fori di predisposizione o l’asportazione di particolari non pertinenti) da eseguire in corso di montaggio.
Le stampate di plastica grigio chiaro che ospitano i pezzi sono cinque, più una di trasparenti e la qualità generale regge benissimo il confronto con prodotti più recenti. Il dettaglio superficiale è costituito da incisioni fini e precise, ma l’assemblaggio non sarà dei più semplici, a causa della complicata scomposizione della fusoliera in diverse parti e degli incastri non molto precisi. Gli ingombri di massima sono ben rispettati.
Cominciamo dall’arredamento della cabina, complessivamente adeguato allo scopo. Qualche dettaglio supplementare al sedile eiettabile Escapac 1 sarà un buon investimento, perché è la parte più visibile del piccolo abitacolo attraverso l’altrettanto minuscola capottina. Chi desidera una resa migliore può sostituirlo con l’eccellente Aeroclub (art. EJ012) in metallo. Si dovrà anche rimpiazzare il vetrino del collimatore con un frammento di acetato.
La disposizione degli strumenti di volo e la forma del cruscotto non sono adatte per un A-4B ma per un C. Infatti il bordo inferiore del pannello era rettilineo (non aveva ancora gli incavi per le gambe del pilota) e anche la decal fornita è inesatta, dettagli trascurabili se non si sfrutta l’opzione, lodevolmente prevista nella scatola, di incollare aperto il bello e sottile tettuccio. 
Curiosità che migliora il realismo: il suo sistema di apertura e chiusura funziona sullo stesso principio dei portelloni delle nostre automobili, ovvero un ammortizzatore a gas lo spalanca e il pilota lo richiude a forza di braccia. Per farlo quando è già dentro lo stretto abitacolo e imbragato nel sedile, egli si serve di una semplice cinghia di tela sganciabile, applicata allo spigolo anteriore destro del tettuccio e assicurata all’interno della cabina. Quindi, se incolliamo la capottina aperta possiamo aggiungere anche questo particolare abbastanza comune.
La scalfatura alla base del tettuccio, che marca la separazione fra il trasparente e la struttura metallica, nel kit prosegue erroneamente sulla gobba dietro la cabina, fino alla sommità delle prese d’aria motore. E’ una svista, la gobba non deve avere tali incavi, ma è tutto rimediabile con un po’ di stucco.
Purtroppo il parabrezza ha un problema molto evidente. La sua forma dovrebbe essere perfettamente ellittica, mentre nel modello l’estremità anteriore è clamorosamente tronca. Davanti ad esso si deve poi asportare la piccola gibbosità squadrata simulante il sistema di pulitura a getto d’aria (installato solo a partire dall’A-4E), che è poi la causa dell’errore di cui sopra. Non mi risulta vi siano sostituti aftermarket, quindi i più abili possono tentare di ristamparlo in acetato, altrimenti si tratta di risagomare i trasparenti laterali con carta abrasiva in modo che “chiudano” la punta, per poi rilucidare con pasta per carrozzai. E’ comunque una seccatura, come sempre quando si deve intervenire sui delicati trasparenti di qualunque modello.
Sempre in tema di interni, è apprezzabile la riproduzione del condotto di presa del reattore che arriva fino al primo stadio del compressore, semplice ma piuttosto realistico. Per fare ancor meglio si potrebbero prolungare con plasticard le pareti interne delle prese d’aria fino alla faccia stessa della girante, impresa non facile però.
Se vogliamo discutere delle forme generali della fusoliera, qui cominciano i guai. C’è qualcosa di anomalo nel modello, che ha un look troppo “ingombrante”, specialmente in larghezza. Per cominciare, l'azione correttiva deve senz’altro includere alcuni robusti colpi di lima alla zona ventrale del muso, davanti al vano del ruotino, per recuperare un po’ della tipica snellezza di questa versione dello Skyhawk.
La magagna più grave, pur se non immediatamente percepibile, è però nascosta verso la coda. La metà posteriore di tutto il modello è troppo panciuta: la larghezza è OK, ma la sezione inferiore è sbagliata. All’altezza del bordo di fuga alare, i fianchi della fusoliera scendono verticalmente (errore!) verso il fondo squadrato della stessa; pur avendo una sagoma corretta al di sopra della mezzeria, al di sotto i fianchi dovrebbero invece rastremarsi verso il centro. Nel punto citato infatti, il ventre piatto della fusoliera è troppo largo di ben 3 mm e ciò coinvolge pure i flap, che sono appunto di apertura troppo corta. Il problema si estende fino all’estremità, anch’essa di diametro eccessivo: infatti tra l’ugello di scarico (pezzo separato e di dimensioni corrette) e la superficie caudale non ci dovrebbe essere alcuno scalino…
L’intervento “curativo” si presenta molto esteso. Si tratterebbe di staccare il gancio d’arresto e poi asportare parecchio materiale dalla giunzione inferiore delle semifusoliere. Quindi piegare verso l’interno i fianchi stessi, avendoli prima indeboliti internamente con una serie di incisioni longitudinali, che possono includere anche dei tagli al seghetto nei vani degli aerofreni (sacrificabili, dato che è raro trovarne di aperti su uno Skyhawk parcheggiato).
Anche la carenatura caudale a cucchiaio rovesciato è troppo larga e distante dall’ugello. Lavorando con una lima tonda, sempre dall’interno, se ne ridurrà lo spessore per poterla rendere più aderente allo scarico, separandola poi dalla deriva con un taglio verticale su entrambi i lati per piegarla successivamente verso l’alto e l’interno.
La profondità dell’ugello, di solo 1 cm, è veramente irrealistica. Considerando che in realtà lo scarico del turbogetto Wright J65 è davvero lungo (circa 3,5 cm in scala) conviene reperire un tubetto di dimensioni adeguate, per esempio una biro scarica, che faccia da prolunga al pezzo in questione.
Per finire, sui fianchi della fusoliera sono da rifare un certo numero di pannelli, sfoghi e prese d’aria, congruenti con la seconda generazione di A-4, motorizzata dal Pratt & Whitney J52, ma non certo adatti al caso nostro (questione di sfruttare le stesse stampate per tutta la gamma).
Gli impennaggi sono OK. Gli stabilizzatori di uno Scooter parcheggiato si trovano quasi sempre a cabrare di alcuni gradi; una modifica in tal senso accrescerebbe il realismo del nostro modello, ma non mi sento di consigliarla a tutti. Comporta il lavoraccio di asportare le piastre di scorrimento (stampate in rilievo sulle facce della deriva) solidali alla radice dei suddetti e il loro conseguente rifacimento in plasticard.
Per fortuna l’ala non presenta alcun problema, se si eccettua la estesa rifinitura necessaria quando la si unirà alla fusoliera, conseguenza del massiccio processo di snellimento visto poc’anzi. Perciò le radici delle semiali necessiteranno di buone dosi di plasticard e stucco nonché della reincisione ventrale dei flap. La Fujimi ci offre pure la possibilità di separarli facilmente (preintagliati nella faccia nascosta) per incollarli abbassati, configurazione in realtà assai diffusa.
Al pari molto encomiabile l’aver fornito in pezzi separati gli slat sul bordo d’attacco. Essendo azionati solo dalle forze di gravità ed aerodinamiche, ad aereo fermo sono sempre estesi. Sul loro dorso è stata accuratamente riprodotta una fila di generatori di vortici, ma lo stesso non si può dire per la seconda schiera posta sull’ala, davanti agli alettoni, che invece è veramente grossolana. In questo caso non saprei proprio come rimediare, un tentativo di rifacimento metterebbe a serio rischio la vista e la sanità mentale…
Molto sottili e realistiche, invece, le tre paretine sul bordo d’attacco. In realtà non si tratta di apparati aerodinamici, ma di rostri che in caso di appontaggio d’emergenza devono ingaggiare i nastri verticali della barriera d’arresto. Lo Skyhawk ha un ala talmente piccola, infatti, che può sgusciare tra le maglie della barriera, vanificando il tentativo di fermarlo!
Sotto l’estremità dell’ala sinistra, come giustamente indicato dalle istruzioni, si dovrebbe incollare il pezzo n. 89, la carenatura del radioaltimetro… se si riesce a trovarlo! Peccato che non faccia parte del contenuto della scatola, non per un difetto di imballaggio, ma per una svista degli stampisti che lo hanno messo nello sprue dedicato ad un'altra versione. Ci tocca autocostruirlo. Al contrario, la piccola antenna ECM ventrale n. 3 non serve.
Nel complesso il carrello è piuttosto valido. Il vano anteriore è abbastanza buono anche se non molto profondo, specie la cavità che alloggia la ruota, ma diciamo che fa la sua figura. Le facce interne dei portelli sono tutte realisticamente dettagliate, come pure i vani alari, che hanno la giusta profondità. Dentro questi ultimi si dovrebbero solo aggiungere i grossi ganci retrattili gialli per il cavo della catapulta. Un’altra raffinatezza offertaci dalla casa giapponese è la forcella della gamba anteriore in due pezzi con ruotino separato, molto convincente.
Le uniche parti veramente inadeguate sono purtroppo le ruote principali, che hanno un diametro dei cerchi troppo scarso e quindi i fianchi dei pneumatici troppo alti. Ricordo che la gommatura di sezione ribassata e gonfiata ad alta pressione è una caratteristica molto comune sugli aerei imbarcati e che le ruote del carrello, se non hanno l’aspetto giusto, sono uno dei particolari che possono rovinare in un attimo il look di un modello per altri versi eccellente. Oltretutto, il dettaglio interno dei cerchi può andar bene per un A-4Q (vedi più avanti) ma non certo per un A-4B, perché mancano del tutto i 12 raggi in rilievo e il mozzo è troppo piccolo. Solo la banca dei pezzi potrebbe salvare la giornata.
I carichi esterni, da applicare a due piloni subalari e uno ventrale, comprendono una scelta di tre serbatoi sganciabili Aero 1-D da 300 galloni US, dalla caratteristica forma affusolata, due MER, due TER e due missili teleguidati ASM-N-7 (alias AGM-12A/B) Bullpup. Il tutto è abbastanza realistico e adeguato al periodo storico (fine anni ’50) della prima variante di colorazione offerta dalla scatola. Purtroppo per appendere sotto il nostro Skyhawk qualche ordigno più consono alla seconda proposta, come un grappolo di Mk. 82 Snakeye ad esempio, si deve ricorrere alla solita scatola di armamenti Hasegawa X72-1, che offre, previo esborso supplementare, tutto l’hardware che si può desiderare.
Le decals consentono appunto di completare due velivoli, entrambi nella classica livrea Light Gull Gray/bianco lucido: un A4D-2 (A-4B) del VA-152 imbarcato sulla CVA-59 Forrestal e un A-4Q della 3a Esquadrilla de Caza y Ataque della Armada Argentina.
Non ho trovato alcuna immagine che mi permettesse di validare o meno la proposta dell’anonimo velivolo dell’US Navy, mentre per il più famoso soggetto della marina sudamericana il discorso è diverso, essendo stato un protagonista della Guerra delle Falkland.
Si tratta del “3-A-307” che 21 maggio 1982, pilotato dal Capitan de Corbeta Alberto Philippi, attaccò con successo la fregata britannica Ardent, che affondò poco dopo anche a causa di altri danni subiti in precedenza. Philippi fu poi abbattuto alcuni secondi più tardi da un Sea Harrier, ma se la cavò affidandosi al sedile eiettabile, che funzionò regolarmente pur avendo un pacco razzi scaduto da tempo! L’armamento in questa missione era costituito da 4 bombe Mk. 82 frenate, appese ad un MER ventrale in configurazione flat four (i due attacchi più bassi lasciati vuoti), più due serbatoi esterni alari.
Un A-4Q differisce da un normale A-4B, del quale è una versione leggermente rimodernata, per la presenza del tergicristallo sul parabrezza e di cerchi ruote di tipo tardo (senza raggi), nonché di alcune antenne supplementari: VHF a lama dietro la cabina, piccola gobba sul dorso e due semicerchi per il VOR ai lati della deriva. Non ci sono pezzi per tali particolari nella scatola di montaggio, bensì dei disegnini quotati nelle istruzioni per autocostruirseli…
Le decalcomanie fornite per questo velivolo sono comunque abbastanza corrette, ma non prive di lacune: servono altre due ancore nere da applicare anche sotto le ali (si possono fotocopiare su decal trasparente le due fornite per l’estradosso) e manca il microscopico Bu.No. originale US Navy ai lati del condotto di scarico, sotto gli impennaggi orizzontali. Il sole giallo per il timone è leggermente grande e le cifre “3” del codice individuale sono lievemente troppo squadrate; il fregio nero per i serbatoi sganciabili non è proprio corretto e lo scarabocchio illeggibile (n. 34) da applicare sulla deriva in realtà sarebbe il nome della portaerei argentina “ARA 25 DE MAYO”.
I colori nazionali, poi, vanno dipinti anche sul ventre degli equilibratori, prassi comune sui velivoli dell’Armada.
La mia opinione conclusiva su questo kit non è assai incoraggiante; in esso troviamo diverse caratteristiche apprezzabili, purtroppo associate ad alcuni seri problemi. A mio avviso la prima generazione di Scooter (A-4A/B/C) in 1/72 non ha ancora un degno rappresentante, pur se il Fujimi ad un’occhiata generica restituisce una buona impressione ed è molto meglio del primitivo Airfix.
Le vecchie scatole Esci, anch’esse poco reperibili e dedicate alla seconda generazione, si potrebbero anche retrodatare alle prime versioni, sostituendo musetto e prese d’aria con quelle Fujimi. Il kit italiano, però, evidenzia il problema opposto rispetto al nipponico, cioè sezioni caudali corrette sul ventre ma troppo magre sul dorso, risultato: ancora fianchi piatti! Senza contare un’ala riprodotta in maniera grossolana e con dettagli in rilievo, mentre la fusoliera li ha incisi.
Sto appunto valutando l’idea di usare L’Esci come base, migliorandolo con il trapianto di quanti più “organi” Fujimi possibile, ala compresa… ma questa è un’altra storia.
Quindi, se vi fanno un buon prezzo e avete voglia di sgobbarci sopra o vi accontentate delle sue forme non proprio esatte, questo modello giapponese lo potete pure togliere dagli scaffali polverosi, a voi la scelta.

Un sincero ringraziamento a Veikko Siirila e Kari Tapio dell’IPMS Finlandia per l’aiuto fornito.

                                                                                                 Alberto Zanfi
                                                                                                IPMS Modena
                                                                                                      #823   





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