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Lo so, la recensione di
un kit ormai fuori produzione sa di archeomodellismo, ma ho letto
troppe volte che si tratta della migliore riproduzione in questa scala
e vale la pena di setacciare i polverosi scaffali dei negozi di
provincia per procurarselo. Meglio sapere prima a cosa si va incontro,
perciò vi espongo le mie cosiderazioni su tale modello in queste
righe.
Nel lontano 1988 la Fujimi ci offrì una nutrita serie di scatole
di montaggio coprente l’intera famiglia di versioni, anche biposto, del
piccolo e famoso aereo d’attacco imbarcato statunitense. A suo tempo
acquistai la confezione sull’A-4B, deciso a riprodurre un velivolo
della Fuerza Aerea Argentina nel conflitto delle Falkland. Questa
recensione è perciò incentrata soprattutto su questo
modello, potenzialmente uno dei più interessanti della gamma,
dato che in precedenza disponevamo solo dell’arcaico kit Airfix a
coprire le prime varianti dello “Scooter”. Stante la presenza di molte
parti comuni con le versioni successive, però, le note che
seguono possono essere utili anche per gli altri Skyhawk Fujimi. Sempre
per tale motivo, le istruzioni (in verità un poco caotiche) sono
da studiare con attenzione perché riportano numerose piccole
modifiche dedicate (come l’apertura di fori di predisposizione o
l’asportazione di particolari non pertinenti) da eseguire in corso di
montaggio.
Le stampate di plastica grigio chiaro che ospitano i pezzi sono cinque,
più una di trasparenti e la qualità generale regge
benissimo il confronto con prodotti più recenti. Il dettaglio
superficiale è costituito da incisioni fini e precise, ma
l’assemblaggio non sarà dei più semplici, a causa della
complicata scomposizione della fusoliera in diverse parti e degli
incastri non molto precisi. Gli ingombri di massima sono ben rispettati.
Cominciamo dall’arredamento della cabina, complessivamente adeguato
allo scopo. Qualche dettaglio supplementare al sedile eiettabile
Escapac 1 sarà un buon investimento, perché è la
parte più visibile del piccolo abitacolo attraverso
l’altrettanto minuscola capottina. Chi desidera una resa migliore
può sostituirlo con l’eccellente Aeroclub (art. EJ012) in
metallo. Si dovrà anche rimpiazzare il vetrino del collimatore
con un frammento di acetato.
La disposizione degli strumenti di volo e la forma del cruscotto non
sono adatte per un A-4B ma per un C. Infatti il bordo inferiore del
pannello era rettilineo (non aveva ancora gli incavi per le gambe del
pilota) e anche la decal fornita è inesatta, dettagli
trascurabili se non si sfrutta l’opzione, lodevolmente prevista nella
scatola, di incollare aperto il bello e sottile tettuccio.
Curiosità che migliora il realismo: il suo sistema di apertura e
chiusura funziona sullo stesso principio dei portelloni delle nostre
automobili, ovvero un ammortizzatore a gas lo spalanca e il pilota lo
richiude a forza di braccia. Per farlo quando è già
dentro lo stretto abitacolo e imbragato nel sedile, egli si serve di
una semplice cinghia di tela sganciabile, applicata allo spigolo
anteriore destro del tettuccio e assicurata all’interno della cabina.
Quindi, se incolliamo la capottina aperta possiamo aggiungere anche
questo particolare abbastanza comune.
La scalfatura alla base del tettuccio, che marca la separazione fra il
trasparente e la struttura metallica, nel kit prosegue erroneamente
sulla gobba dietro la cabina, fino alla sommità delle prese
d’aria motore. E’ una svista, la gobba non deve avere tali incavi, ma
è tutto rimediabile con un po’ di stucco.
Purtroppo il parabrezza ha un problema molto evidente. La sua forma
dovrebbe essere perfettamente ellittica, mentre nel modello
l’estremità anteriore è clamorosamente tronca. Davanti ad
esso si deve poi asportare la piccola gibbosità squadrata
simulante il sistema di pulitura a getto d’aria (installato solo a
partire dall’A-4E), che è poi la causa dell’errore di cui sopra.
Non mi risulta vi siano sostituti aftermarket, quindi i più
abili possono tentare di ristamparlo in acetato, altrimenti si tratta
di risagomare i trasparenti laterali con carta abrasiva in modo che
“chiudano” la punta, per poi rilucidare con pasta per carrozzai. E’
comunque una seccatura, come sempre quando si deve intervenire sui
delicati trasparenti di qualunque modello.
Sempre in tema di interni, è apprezzabile la riproduzione del
condotto di presa del reattore che arriva fino al primo stadio del
compressore, semplice ma piuttosto realistico. Per fare ancor meglio si
potrebbero prolungare con plasticard le pareti interne delle prese
d’aria fino alla faccia stessa della girante, impresa non facile
però.
Se vogliamo discutere delle forme generali della fusoliera, qui
cominciano i guai. C’è qualcosa di anomalo nel modello, che ha
un look troppo “ingombrante”, specialmente in larghezza. Per
cominciare, l'azione correttiva deve senz’altro includere alcuni
robusti colpi di lima alla zona ventrale del muso, davanti al vano del
ruotino, per recuperare un po’ della tipica snellezza di questa
versione dello Skyhawk.
La magagna più grave, pur se non immediatamente percepibile,
è però nascosta verso la coda. La metà posteriore
di tutto il modello è troppo panciuta: la larghezza è OK,
ma la sezione inferiore è sbagliata. All’altezza del bordo di
fuga alare, i fianchi della fusoliera scendono verticalmente (errore!)
verso il fondo squadrato della stessa; pur avendo una sagoma corretta
al di sopra della mezzeria, al di sotto i fianchi dovrebbero invece
rastremarsi verso il centro. Nel punto citato infatti, il ventre piatto
della fusoliera è troppo largo di ben 3 mm e ciò
coinvolge pure i flap, che sono appunto di apertura troppo corta. Il
problema si estende fino all’estremità, anch’essa di diametro
eccessivo: infatti tra l’ugello di scarico (pezzo separato e di
dimensioni corrette) e la superficie caudale non ci dovrebbe essere
alcuno scalino…
L’intervento “curativo” si presenta molto esteso. Si tratterebbe di
staccare il gancio d’arresto e poi asportare parecchio materiale dalla
giunzione inferiore delle semifusoliere. Quindi piegare verso l’interno
i fianchi stessi, avendoli prima indeboliti internamente con una serie
di incisioni longitudinali, che possono includere anche dei tagli al
seghetto nei vani degli aerofreni (sacrificabili, dato che è
raro trovarne di aperti su uno Skyhawk parcheggiato).
Anche la carenatura caudale a cucchiaio rovesciato è troppo
larga e distante dall’ugello. Lavorando con una lima tonda, sempre
dall’interno, se ne ridurrà lo spessore per poterla rendere
più aderente allo scarico, separandola poi dalla deriva con un
taglio verticale su entrambi i lati per piegarla successivamente verso
l’alto e l’interno.
La profondità dell’ugello, di solo 1 cm, è veramente
irrealistica. Considerando che in realtà lo scarico del
turbogetto Wright J65 è davvero lungo (circa 3,5 cm in scala)
conviene reperire un tubetto di dimensioni adeguate, per esempio una
biro scarica, che faccia da prolunga al pezzo in questione.
Per finire, sui fianchi della fusoliera sono da rifare un certo numero
di pannelli, sfoghi e prese d’aria, congruenti con la seconda
generazione di A-4, motorizzata dal Pratt & Whitney J52, ma non
certo adatti al caso nostro (questione di sfruttare le stesse stampate
per tutta la gamma).
Gli impennaggi sono OK. Gli stabilizzatori di uno Scooter parcheggiato
si trovano quasi sempre a cabrare di alcuni gradi; una modifica in tal
senso accrescerebbe il realismo del nostro modello, ma non mi sento di
consigliarla a tutti. Comporta il lavoraccio di asportare le piastre di
scorrimento (stampate in rilievo sulle facce della deriva) solidali
alla radice dei suddetti e il loro conseguente rifacimento in
plasticard.
Per fortuna l’ala non presenta alcun problema, se si eccettua la estesa
rifinitura necessaria quando la si unirà alla fusoliera,
conseguenza del massiccio processo di snellimento visto poc’anzi.
Perciò le radici delle semiali necessiteranno di buone dosi di
plasticard e stucco nonché della reincisione ventrale dei flap.
La Fujimi ci offre pure la possibilità di separarli facilmente
(preintagliati nella faccia nascosta) per incollarli abbassati,
configurazione in realtà assai diffusa.
Al pari molto encomiabile l’aver fornito in pezzi separati gli slat sul
bordo d’attacco. Essendo azionati solo dalle forze di gravità ed
aerodinamiche, ad aereo fermo sono sempre estesi. Sul loro dorso
è stata accuratamente riprodotta una fila di generatori di
vortici, ma lo stesso non si può dire per la seconda schiera
posta sull’ala, davanti agli alettoni, che invece è veramente
grossolana. In questo caso non saprei proprio come rimediare, un
tentativo di rifacimento metterebbe a serio rischio la vista e la
sanità mentale…
Molto sottili e realistiche, invece, le tre paretine sul bordo
d’attacco. In realtà non si tratta di apparati aerodinamici, ma
di rostri che in caso di appontaggio d’emergenza devono ingaggiare i
nastri verticali della barriera d’arresto. Lo Skyhawk ha un ala
talmente piccola, infatti, che può sgusciare tra le maglie della
barriera, vanificando il tentativo di fermarlo!
Sotto l’estremità dell’ala sinistra, come giustamente indicato
dalle istruzioni, si dovrebbe incollare il pezzo n. 89, la carenatura
del radioaltimetro… se si riesce a trovarlo! Peccato che non faccia
parte del contenuto della scatola, non per un difetto di imballaggio,
ma per una svista degli stampisti che lo hanno messo nello sprue
dedicato ad un'altra versione. Ci tocca autocostruirlo. Al contrario,
la piccola antenna ECM ventrale n. 3 non serve.
Nel complesso il carrello è piuttosto valido. Il vano anteriore
è abbastanza buono anche se non molto profondo, specie la
cavità che alloggia la ruota, ma diciamo che fa la sua figura.
Le facce interne dei portelli sono tutte realisticamente dettagliate,
come pure i vani alari, che hanno la giusta profondità. Dentro
questi ultimi si dovrebbero solo aggiungere i grossi ganci retrattili
gialli per il cavo della catapulta. Un’altra raffinatezza offertaci
dalla casa giapponese è la forcella della gamba anteriore in due
pezzi con ruotino separato, molto convincente.
Le uniche parti veramente inadeguate sono purtroppo le ruote
principali, che hanno un diametro dei cerchi troppo scarso e quindi i
fianchi dei pneumatici troppo alti. Ricordo che la gommatura di sezione
ribassata e gonfiata ad alta pressione è una caratteristica
molto comune sugli aerei imbarcati e che le ruote del carrello, se non
hanno l’aspetto giusto, sono uno dei particolari che possono rovinare
in un attimo il look di un modello per altri versi eccellente.
Oltretutto, il dettaglio interno dei cerchi può andar bene per
un A-4Q (vedi più avanti) ma non certo per un A-4B,
perché mancano del tutto i 12 raggi in rilievo e il mozzo
è troppo piccolo. Solo la banca dei pezzi potrebbe salvare la
giornata.
I carichi esterni, da applicare a due piloni subalari e uno ventrale,
comprendono una scelta di tre serbatoi sganciabili Aero 1-D da 300
galloni US, dalla caratteristica forma affusolata, due MER, due TER e
due missili teleguidati ASM-N-7 (alias AGM-12A/B) Bullpup. Il tutto
è abbastanza realistico e adeguato al periodo storico (fine anni
’50) della prima variante di colorazione offerta dalla scatola.
Purtroppo per appendere sotto il nostro Skyhawk qualche ordigno
più consono alla seconda proposta, come un grappolo di Mk. 82
Snakeye ad esempio, si deve ricorrere alla solita scatola di armamenti
Hasegawa X72-1, che offre, previo esborso supplementare, tutto
l’hardware che si può desiderare.
Le decals consentono appunto di completare due velivoli, entrambi nella
classica livrea Light Gull Gray/bianco lucido: un A4D-2 (A-4B) del
VA-152 imbarcato sulla CVA-59 Forrestal e un A-4Q della 3a Esquadrilla
de Caza y Ataque della Armada Argentina.
Non ho trovato alcuna immagine che mi permettesse di validare o meno la
proposta dell’anonimo velivolo dell’US Navy, mentre per il più
famoso soggetto della marina sudamericana il discorso è diverso,
essendo stato un protagonista della Guerra delle Falkland.
Si tratta del “3-A-307” che 21 maggio 1982, pilotato dal Capitan de
Corbeta Alberto Philippi, attaccò con successo la fregata
britannica Ardent, che affondò poco dopo anche a causa di altri
danni subiti in precedenza. Philippi fu poi abbattuto alcuni secondi
più tardi da un Sea Harrier, ma se la cavò affidandosi al
sedile eiettabile, che funzionò regolarmente pur avendo un pacco
razzi scaduto da tempo! L’armamento in questa missione era costituito
da 4 bombe Mk. 82 frenate, appese ad un MER ventrale in configurazione
flat four (i due attacchi più bassi lasciati vuoti), più
due serbatoi esterni alari.
Un A-4Q differisce da un normale A-4B, del quale è una versione
leggermente rimodernata, per la presenza del tergicristallo sul
parabrezza e di cerchi ruote di tipo tardo (senza raggi), nonché
di alcune antenne supplementari: VHF a lama dietro la cabina, piccola
gobba sul dorso e due semicerchi per il VOR ai lati della deriva. Non
ci sono pezzi per tali particolari nella scatola di montaggio,
bensì dei disegnini quotati nelle istruzioni per
autocostruirseli…
Le decalcomanie fornite per questo velivolo sono comunque abbastanza
corrette, ma non prive di lacune: servono altre due ancore nere da
applicare anche sotto le ali (si possono fotocopiare su decal
trasparente le due fornite per l’estradosso) e manca il microscopico
Bu.No. originale US Navy ai lati del condotto di scarico, sotto gli
impennaggi orizzontali. Il sole giallo per il timone è
leggermente grande e le cifre “3” del codice individuale sono
lievemente troppo squadrate; il fregio nero per i serbatoi sganciabili
non è proprio corretto e lo scarabocchio illeggibile (n. 34) da
applicare sulla deriva in realtà sarebbe il nome della portaerei
argentina “ARA 25 DE MAYO”.
I colori nazionali, poi, vanno dipinti anche sul ventre degli
equilibratori, prassi comune sui velivoli dell’Armada.
La mia opinione conclusiva su questo kit non è assai
incoraggiante; in esso troviamo diverse caratteristiche apprezzabili,
purtroppo associate ad alcuni seri problemi. A mio avviso la prima
generazione di Scooter (A-4A/B/C) in 1/72 non ha ancora un degno
rappresentante, pur se il Fujimi ad un’occhiata generica restituisce
una buona impressione ed è molto meglio del primitivo Airfix.
Le vecchie scatole Esci, anch’esse poco reperibili e dedicate alla
seconda generazione, si potrebbero anche retrodatare alle prime
versioni, sostituendo musetto e prese d’aria con quelle Fujimi. Il kit
italiano, però, evidenzia il problema opposto rispetto al
nipponico, cioè sezioni caudali corrette sul ventre ma troppo
magre sul dorso, risultato: ancora fianchi piatti! Senza contare un’ala
riprodotta in maniera grossolana e con dettagli in rilievo, mentre la
fusoliera li ha incisi.
Sto appunto valutando l’idea di usare L’Esci come base, migliorandolo
con il trapianto di quanti più “organi” Fujimi possibile, ala
compresa… ma questa è un’altra storia.
Quindi, se vi fanno un buon prezzo e avete voglia di sgobbarci sopra o
vi accontentate delle sue forme non proprio esatte, questo modello
giapponese lo potete pure togliere dagli scaffali polverosi, a voi la
scelta.
Un sincero ringraziamento a Veikko Siirila e Kari Tapio dell’IPMS
Finlandia per l’aiuto fornito.
Alberto Zanfi
IPMS Modena
#823
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