|
La famosa casa
giapponese ha deciso di cimentarsi nuovamente nella riproduzione di
questo classicissimo soggetto nella scala piccola. C'è
già il precedente di un Mk. I di parecchi anni fa, ma stavolta i
nipponici hanno fatto le cose in grande, realizzando stampi multiuso
con parecchi pezzi opzionali. Ci propongono così, secondo il
costume corrente, diverse scatole di montaggio sulla famiglia degli
Spitfire con motore Merlin a compressore bistadio. Considerata la mole
di documentazione disponibile su questo velivolo, grandi erano le mie
speranze di trovarmi finalmente dinanzi al kit definitivo, ma esse sono
state piuttosto deluse ed eccone le ragioni.
Si rimane sempre affascinati alla prima occhiata dentro una nuova
scatola dell'azienda di Shizuoka. Tutti i pezzi, in rigida plastica
grigio chiaro, sono realizzati con grande precisione e combaciano
perfettamente. Il dettaglio superficiale è costituito dalle
tradizionali, finissime incisioni. Anche i trasparenti sono molto
delicati.
Gli interni della cabina sono più che adeguati e comprendono
tutto il necessario per ottenere un aspetto realistico. La capottina
è in un sol pezzo, ma molto bella. Non consiglio agli eventuali
ardimentosi di tagliarla, con un pur fine seghetto, per aprirla; molto
meglio rivolgersi alle sostitute della Falcon in acetato, materiale
dallo spessore molto più verosimile in caso di "apertura". Chi
deciderà di spalancare a colpi di cutter anche lo sportellino di
accesso sul lato sinistro, allora dovrà aggiungere qualche
particolare supplementare all'arredamento e a questo punto può
venir buono un kit di superdettaglio per interni. Stante la mia
antipatia per le fotoincisioni, vi raccomando quelli in resina della
Aires o della Cooper Details, davvero ottimi a parte il ridondante
pavimento della cabina, componente di cui il vero Spitfire era
effettivamente privo, al pari di numerosi suoi coevi britannici. E ora
usciamo all'esterno e buttiamo un occhiata in giro.
Il muso dello Spit è una zona alquanto problematica, per le sue
forme ingannevolmente semplici. Nel nostro caso l'aspetto del modello
risulta convincente solo per i Mk. IX delle primissime serie (e per i
Mk. VII e VIII appartenenti alla stessa "famiglia", essendo la
più parte di tutti e tre costruita negli stabilimenti
Supermarine presso Southampton). Essi avevano il cofano motore con un
profilo pressochè rettilineo, dal parabrezza all'ogiva, come nel
kit. La stragrande maggioranza dei Mk. IX successivi (come pure la
versione gemella Mk. XVI) era invece caratterizzata da una sensibile
convessità del pannello superiore del propulsore, piuttosto
visibile se si osserva il muso esattamente di fianco. I più
titolati esperti non hanno tuttora fornito una spiegazione convincente
di questa anomalia (o non se ne sono neppure accorti...). La mia
personale opinione, confermata dall'appassionato norvegese Olav
Hungnes, webmaster di un interessante sito internet sullo Spitfire,
é che dipendesse dalla variante di motore installato.
L'indiziato è il Packard Merlin 266 (prodotto su licenza negli
USA) che equipaggiava gli Spitfire Mk. XVI, costruiti insieme ai Mk. IX
delle tarde serie sulla stessa linea di montaggio dei grandi
stabilimenti decentrati della Vickers-Armstrong a Castle Bromwich. Tale
propulsore era provvisto di un intercooler aria-liquido (sito subito
dietro alle testate, proprio sopra il compressore) con serbatoio
integrale del refrigerante, perciò un pò più
ingombrante dell'originale apparato britannico montato sul Rolls-Royce
Merlin 66, che aveva un serbatoio separato e imbullonato alla paratia
parafiamma.
Ergo, il cofano bombato di foggia unificata, esteso per
praticità anche ai Mk.IX assemblati contemporaneamente con i
Merlin 66 (motore equivalente al 266 ma di produzione locale,
intercooler compreso), pur se questi aerei non ne avevano reale
necessità, visto l’intercooler più compatto. In tal modo
si potevano completare le cellule indifferentemente con il motre
britannico o americano, secondo la disponibilità del momento e
senza interrompere il flusso produttivo, come testimoniano le matricole
fittamente intersecantesi delle due versioni. In effetti, l'unica
differenza esterna (poco) visibile tra i due velivoli era la diversa
locazione del portellino di accesso al tappo di rabbocco
dell'intercooler, posto sul lato sinistro-posteriore della cofanatura.
Tale apertura era probabilmente realizzata durante le fasi finali
dell'assemblaggio, dopo l'installazione del motore, che ne determinava
appunto la posizione.
Quindi non si può di fatto parlare di un errore, piuttosto di
una deludente svista che, a dispetto delle intenzioni della Hasegawa,
riduce lo spettro degli esemplari ottenibili dal modello, a meno di non
intervenire per modificare la forma della cofanatura. Sappiatevi
regolare quando sceglierete il soggetto da riprodurre.
Eccellenti gli scarichi, in due pezzi separati, e anche la presa d'aria
ventrale, fornita a scelta nel tipo corto standard o più lunga
con filtro Vokes Aero-Vee. Molto buona l'ogiva, anche se un pelo lunga;
scadente, purtroppo, l'elica: diametro scarso e pale troppo magre,
perciò irrimediabilmente da cambiare, magari con quella dello
Spit XVI Heller, banca dei pezzi permettendo. Sembra efficace il nuovo
sistema di bloccaggio con boccola in politene, che consentirebbe di
applicare l'elica a montaggio ultimato mantenendola girevole.
Sfortunatamente la fusoliera, partendo dal parabrezza e fino agli
impennaggi, è piuttosto sottodimensionata, troppo “magra” se
vogliamo, in tutte le direzioni. In lunghezza mancano quasi 3 mm e
anche larghezza e altezza sono scarsine. Forse è un difetto
evidente solo ad un occhio allenato, ma è concentrato in un’area
ben definita e a mio avviso la classica snellezza di questo aereo
è stata in tal modo esagerata. Per inciso il problema è
avvertibile anche sulla più recente serie di scatole in 1/48
dedicata dalla casa giapponese allo stesso soggetto, indice dello
sfruttamento delle stesse ricerche per entrambi i kit, con risultati
non proprio brillanti…
Per ovviare all'inconveniente propongo di praticare una serie di
incisioni di indebolimento, orizzontali e parallele, all'interno delle
semifusoliere, così da poterle "appiattire" piegandole
dolcemente verso l'esterno e guadagnare in tal modo un po' di materiale
sui profili del dorso e del ventre. A questo punto i due pezzi non
combaceranno più come prima, perciò si inseriranno due
spessori, uno da 1 mm in alto, dietro il tettuccio e l'altro da 0,75 mm
in basso, dietro la giunzione con l'ala; così facendo avremo
anche "ingrassato" la fusoliera lateralmente. Ovviamente le fessure
createsi dietro gli spessori saranno chiuse con pezzetti di plasticard
di larghezza decrescente fino agli impennaggi. Conseguenza naturale di
queste modifiche è un discreto lavoro di aggiustaggio e
stuccatura (e i perfetti incastri con l'ala vanno a farsi friggere...).
La sezione posteriore della capottina, poi, non si adatterà
più e allora il ricorso a un suo rimpiazzo "aftermarket"
sarà inevitabile.
Per aggiungere materiale in lunghezza si tratterebbe di infilare uno
spessore da 1,5 mm nella zona del serbatoio principale e un altro
dietro la cabina, peggiorando ancora la situazione degli incastri con
l’ala: non so se ne vale la pena. Un’altra soluzione potrebbe essere il
trapianto del muso e delle ali sulla fusoliera del vecchio ma sempre
validissimo Spit Vb Airfix.
Proseguendo, mancano due gobbette su entrambi i lati della giunzione
ala/fusoliera, presso il motore (il disegno sul coperchio della
confezione ne mostra chiaramente una). Per converso il pezzo A9, la
carenatura del rinvio di moto per il compressore della cabina
pressurizzata, è da applicare solo sui primi Spitfire IX; i
lotti successivi (e i Mk. XVI) ne erano privi. Il Mk. VII pressurizzato
doveva infatti essere, insieme al Mk. VIII, la variante definitiva
dello Spit e i primi motori Merlin "bistadio" erano già
predisposti meccanicamente per tale destinazione, ma vennero poi usati
principalmente sull'interinale e più urgente Mk. IX privo di
pressurizzazione. Da qui la presenza di tale carenatura dietro l'elica
dei primi esemplari.
La scatola offre due timoni separati, il tipo classico e il modello
tardo, più ampio e appuntito, da usare a seconda della versione
scelta. Hanno entrambi bisogno di una correzione nella parte bassa
della linea di separazione con la fusoliera, che non era verticale ma
lievemente angolata.
I piani orizzontali accusano un lieve problema di corda scarsa agli
equilibratori, nella metà più esterna, niente di molto
serio. Essendo però quasi impossibile aggiungere materiale,
può essere il caso di asportarli e sostituirli con quelli di un
altro kit; alcuni modellisti già lo fanno d'abitudine per
incollarli abbassati e donare maggiore realismo alle proprie
riproduzioni, perciò quale migliore occasione.
L'ala è un altro elemento molto caratterizzante di questo
velivolo. Le dimensioni e la forma sono restituite con accuratezza,
compresa la famosa sagomatura ventrale ad ala di gabbiano, sotto
la fusoliera. Sono fornite sia le estremità normali che quelle
accorciate per l'impiego a bassa quota, iniziativa lodevole. La
configurazione dell'armamento è la c, ossia due cannoni da 20 mm
più quattro mitragliatrici da .303.
Alcune incisioni superficiali sono di troppo, però: innanzitutto
quella che delimita gli alettoni corti degli Spitfire VII e VIII (l'ala
del kit serve anche per altre scatole dedicate a queste versioni) e poi
quelle che corrono per tutta l'ampiezza delle semiali proprio davanti
agli stessi alettoni seguendone la freccia, sul dorso e sul ventre.
Sull'estradosso bisogna eliminare due piccole carenature, proprio alla
radice, presso il longherone. Quelle più grandi, a goccia
appiattita, in corrispondenza dei vani delle ruote, erano solo sugli
ultimissimi lotti di Mk. IX/XVI consegnati dopo la fine della guerra.
La loro presenza era dovuta al maggiore ingombro del carrello
risultante dalla riduzione della convergenza delle ruote per l'impiego
su piste in cemento. Su questi aeroporti permanenti, ovviamente
più frequentati dopo il conflitto, i pneumatici, con la
originale geometria per superfici in erba e terra battuta, subivano un
consumo smodato del battistrada. Da qui l'intervento che ha
parzialmente "raddrizzato" le ruote, ma ha reso il carrello non
più alloggiabile nello spessore alare senza tali sporgenze. A
voi la scelta.
La magagna in assoluto più evidente del kit viene dai radiatori
subalari. Oltre ad essere un pochino bassi, sono solidali
all'intradosso (che è in un pezzo solo, con diedro alare
incorporato), perciò, per inevitabili motivi di sottosquadro,
escono dagli stampi con una angolazione sbagliata: i fianchi sono
perpendicolari al suolo invece che alla superficie ventrale dell'ala,
come dovrebbero. Se visto di fronte, l'aspetto del modello è
piuttosto falsato; sarebbe bastato fornirli separatamente, come ha
fatto la Fujimi per i suoi Mk. XIV (per inciso, è una delle
ragioni che me li fa preferire ai più recenti Academy, che hanno
giusto lo stesso problema)... Unico rimedio l'amputazione e la
sostituzione con parti modificate di provenienza Heller o Airfix
(sarò afflitto dalla sindrome di Frankenstein? Igor, passami
l’X-Acto…).
Luci ed ombre anche per il carrello. Come premessa bisogna rimarcare
che questo apparato subì diverse evoluzioni durante la lunga
carriera dello Spitfire, tanto che se ne contano ben cinque varianti
diverse. Quella che ci viene offerta è la "seconda", senza
compassi antitorsione e quindi compatibile con tutte le prime serie
degli Spit con ala c e motore Merlin "bistadio". Gli alloggiamenti
alari hanno la particolare forma leggermente ovale (molto
apprezzabile), peccato che siano tragicamente poco profondi, cronica
debolezza dei recenti kit Hasegawa. Veramente eccellenti le ruote,
provviste però (attenzione!) di cerchi in versione tarda a
quattro aperture; peccato che la faccia interna dei pneumatici presenti
un paio di irritanti marchietti circolari degli espulsori dello stampo.
Le istruzioni indicano di montare le gambe del carrello al
contrario (!), ma noi non cadremo in questo infantile trabocchetto...
Irrimediabilmente sottodimensionato il ruotino di coda B5, altro
particolare da rimpiazzare (non fatevi ingannare dalle solite
istruzioni, erroneamente indicano di usare i pezzi D1/2/5 per il
ruotino retrattile, che qui non c'entra niente).
Unico carico esterno incluso, un buon serbatoio ventrale "a ciabatta"
da 90 Imp. gal.
Il foglio di decals è molto deludente, principalmente a causa
del rosso troppo acceso usato per coccarde e altri distintivi. Si
potrebbero realizzare due esemplari nella classica mimetica RAF
continentale a bande verde/grigio, il primo dei quali (con ala normale,
timone piccolo e cofano dritto) è il Mk. IXC "JE-J" del Wg.Cdr.
James Edgar "Johnnie" Johnson, famoso asso inglese che con questa
macchina abbattè sedici aerei tedeschi nell'estate del 1943,
partendo da Kenley, in Inghilterra. In effetti vi sono alcuni problemi
di adattabilità fra il velivolo reale e quanto offerto dalla
scatola di montaggio. Essa permette di riprodurre un velivolo delle
serie (più o meno) intermedie, mentre i nipponici si sono (e ci
hanno) complicato parecchio la vita scegliendo un soggetto piuttosto
anomalo.
Infatti l'originale, essendo uno dei primi Mk. IX consegnato ai
reparti, era quasi certamente provvisto delle carenature grandi sui
portelli dei cannoni, invece di quelle sottili proposte dall'Hasegawa.
Inoltre aveva i dischi piatti antipolvere sopra i cerchi ruote e i
compensatori degli equilibratori non erano quelli ultima evoluzione, a
doppio angolo, del kit, ma il primo tipo a superficie più
ridotta. Per l'apparato IFF Mk. II ARI 5000 di cui era dotato non usate
l'antenna a stilo B15 (che serve invece per il successivo IFF Mk. III
R3067), ma realizzate due antenne a filo che vanno dalle
estremità degli stabilizzatori al centro delle coccarde in
fusoliera. Infine la decal del codice individuale ha la E lievemente
troppo stretta.
Assai peggiore la situazione per la seconda proposta. Si tratta di un
LF. Mk. XVIe di produzione molto tarda (con ali tronche, timone grande
e cofano bombato), "AU-Y" del 421° Sqn. canadese basato a Evere, in
Belgio, nel gennaio 1945. Come ho scritto poc'anzi, il modello dispone
dell'ala C, sensibilmente diversa dalla E montata su questo aereo. In
questa variante d'armamento le quattro armi da .303 furono sostituite
da due calibro .50 a fianco dei cannoni con i quali si scambiarono di
posizione. Insomma, ci sono da spostare carenature e canne dei cannoni,
chiudere e riaprire scarichi per bossoli (cui aggiungere anche un paio
di deflettori), tralasciare le decal da 15 a 18, ecc.
Di più: come già visto, il kit offre il carrello
principale nella "seconda" variante, mentre il nostro "AU-Y" disponeva
della "terza", che esibiva portelli di chiusura con sagoma leggermente
diversa e introduceva i compassi antitorsione. Inoltre, si deve
eliminare la gobbetta dorsale dietro la cabina, che imita una luce di
identificazione, mentre il collimatore dovrebbe essere il Mk. IID
giroscopico, in luogo del più semplice GM2/Mk. IIs fornito...
La lettera Y del codice non era uguale alle altre due, ma piu sottile e
le coccarde alari superiori, per la 2a Tactical Air Force, dal 3
gennaio 1945 erano del tipo C.1 (cioè come quelle in fusoliera,
fatte salve le dimensioni) e non del tipo B come fornite nel foglio.
Ancora: la matricola in coda era stata parzialmente rimossa durante
l'obliterazione della banda Sky, ma rimanevano le lettere iniziali
SM..., come pure sotto la fusoliera restavano le due strisce nere (solo
quelle) delle bande d'invasione semicancellate. E infine le istruzioni
non fanno cenno delle tradizionali strisce gialle sui bordi d'attacco
alari.
Sono tutte sviste commesse dai distratti nipponici nella preparazione
di decals e schemi di colorazione. Non avrebbe guastato un po' meno di
faciloneria nella scelta dei velivoli, vista la sconfinata
varietà di potenziali soggetti cui attingere. Soprattutto si
poteva evitare di fare il passo più lungo della gamba, tentando
di coprire, con questa gamma di kit, un ventaglio talmente ampio di
sottoversioni da cadere nei trabocchetti evidenziati.
La mia opinione conclusiva è che l'occasione non è stata
sfruttata a dovere: troppa fretta o troppa ambizione? Certo, il kit
è discreto ma non convince, si poteva ottenere molto di
più con un modesto impegno supplementare. Quindi niente modello
definitivo dello Spitfire, anzi: se non fosse per il dettaglio
superficiale ormai sorpassato, le assai più anziane scatole
Heller e KP potrebbero reggere comodamente il confronto con questo
ultimo arrivato.
Per terminare, desidero rivolgere un sentito ringraziamento a me stesso
per aver amabilmente fornito il kit recensito.
Alberto Zanfi
IPMS Modena
n. 823
|
|