Northrop P-61A Black Widow

Dragon, kit no. 5016, scala 1/72 - £ 59.000



Questo kit si merita un'analisi approfondita perchè costituisce l’unica base decente per realizzare un buon P-61 in questa scala, perciò vale la pena di integrarlo con una serie di modifiche a correzione di alcune deficienze (non gravi), eliminate le quali sarà una riproduzione davvero apprezzabile.
Si tratta di una scatola di montaggio abbastanza recente (1994) che comprende sei stampate in plastica grigio chiaro, una stampata per i trasparenti (capottine e radome) e una lastrina fotoincisa per le antenne più sottili. La qualità generale dei pezzi è buona, con un discreto dettaglio superficiale in negativo, ma la precisione dell'assemblaggio non lo è altrettanto.
Le aree che daranno indubbiamente dei problemi di aggiustaggio, con prevedibili, successivi interventi a base di molto stucco e carta abrasiva, sono le giunzioni fra i sottoinsiemi principali come travi di coda, impennaggio, semiali, fusoliera. Soprattutto l'unione di questi ultimi elementi richiede parecchio impegno perchè il diedro alare non è affatto fissato in modo sicuro dall'approssimativo incastro alla radice. Ci si dovrà arrangiare con spessori e/o longheroni interni e consultare disegni e fotografie per raggiungere un convincente assetto finale.
Inizierò con un'affermazione paradossale: se avete in mente di costruire la riproduzione di un P-61A non comprate questa scatola, bensì quella (quasi) gemella dalla stessa casa dedicata al P-61B! La spiegazione è nascosta nelle due piccole stampate che differenziano le confezioni. Nella scatola B troviamo infatti i pezzi per la torretta dorsale con quattro mitragliatrici, il muso più lungo (caratteristico di tale variante) e il ruotino anteriore con il (corretto) cerchio a sei raggi. Viceversa nella versione A ci sono: un serbatoio supplementare (installato al posto della torretta ma solo nei voli di trasferimento nel teatro del Pacifico, mai in operazioni), un ruotino con cerchio pieno (errato, perchè solo la sua faccia opposta alla forcella era eventualmente chiusa da un disco protettivo), i pezzi per il radar visibile dietro il radome semitrasparente (inutili, perchè in realtà il muso era quasi opaco, quando poi non era ricoperto di vernice presso i reparti) e una piastra da applicare in assenza della torretta o del serbatoio (eventualmente facilissima da riprodurre con un semplice disco di plasticard).
Come si vede, nel nostro kit del P-61A abbiamo una serie di parti che ci servono a poco o niente, mentre ci sarebbero più utili la torretta, che era installata sui Black Widow della prima serie (P-61°-1) fino al 38° esemplare e il ruotino "giusto" (il radome corto degli A si trova in entrambe le confezioni).
Già che siamo in tema, anche le ruote principali hanno una seria pecca, cioè presentano i fori di ventilazione solo sulla faccia interna, mentre quella esterna (la più visibile!) è priva di dettagli. Inevitabile ricorrere al set di ruote in resina True Detail 72026, veramente molto belle (ma non usate il ruotino, anch'esso ha il cerchio totalmente pieno). E' interessante notare come B-25 Mitchell, B-26 Marauder, A-26 Invader e il nostro P-61 avessero in comune le stesse ruote del carrello principale, dettaglio illuminante sulla stazza da bombardiere medio di questo caccia notturno.
Nessun problema per le dimensioni di massima, tutte restituite accuratamente, con l'unica eccezione di una lunghezza della fusoliera, scarsa di 2 mm, difetto invero quasi inavvertibile e da attribuire comunque al poppino trasparente un pò troppo corto. Per chi è interessato, i migliori disegni in scala finora pubblicati sul nostro velivolo sono apparsi su Scale Models del lontano luglio 1980 e sono anche quelli dall'aspetto più dimesso (l'apparenza inganna)! Diffidate di altri disegni più appariscenti, come quelli nella monografia della ceca MBI: sembrano molto particolareggiati, ma sono infarciti di errori anche grossolani. Peraltro il più completo testo sul soggetto è Northrop P-61 Black Widow di Pape e Campbell, edito da Motorbooks nel 1991 per la serie Warbird History: pubblicazione profusamente illustrata e realmente indispensabile.
I pezzi dedicati agli interni sono veramente numerosi e per l'abitacolo anteriore permettono di raggiungere un buon risultato. La postazione caudale dell'operatore radar invece, essendo la più spoglia delle tre, richiede l’aggiunta di numerosi dettagli supplementari come scatole nere, ecc.. I sedili del mitragliere (situato dietro al pilota) e dell'operatore devono perdere l'aspetto di poltrone da salotto; bisogna quindi asportarne i massicci braccioli, da rifare con filo di rame piegato per riprodurne la struttura tubolare. Naturalmente se il P-61 che si va a realizzare è privo di torretta non si devono montare i relativi sistemi di puntamento telecomandato (pezzi D6). Il cruscotto del pilota deve essere modificato per aggiungere, in basso a sinistra, un grosso pannello inclinato recante numerosi interruttori.
Particolari vistosamente mancanti dalla cabina anteriore sono le due blindature verticali ripiegabili, a protezione frontale del mitragliere e dorsale del pilota, ubicate giusto sopra il portello di accesso nel pavimento. Erano simili alle porte dei saloon nei western: imperniate sui fianchi dell'abitacolo, si aprivano all'indietro per consentire il passaggio attraverso la caratteristica botola nel vano del carrello anteriore (che è inclusa, insieme alla sua scaletta pieghevole). Ad essere pignoli, sul lato destro della paratia posteriore C6 si dovrebbe pure rimuovere la gibbosità a forma di bombola che sarebbe un riscaldatore potenziato per la cabina, montato però solo a partire dalla versione B.
Francamente, non mi sento di consigliare l’Aires 7020, unico kit di arricchimento per interni disponibile, nonostante i prodotti di questa azienda ceca siano solitamente di ottimo livello. Il motivo è che stavolta non si ottiene un risultato molto migliore che usando i pezzi originali, perchè alcuni dettagli riprodotti in resina sono caratteristici del solo P-61B, oppure sono sbagliati o riprendono, senza correggerli, errori del modello Dragon. Per esempio, la paratia caudale con gli apparati radio/radar è del tutto errata, il sedile del pilota aveva una foggia molto diversa e il vistoso gradino che separa il pavimento rialzato dell'armiere da quello del pilota deve trovarsi giusto alle spalle di quest'ultimo e non a metà strada fra i due. Oltretutto, la "vasca" dell'abitacolo anteriore è un pò svergolata e anche troppo corta di 3 mm buoni, quindi adattabile con troppa difficoltà. Ma torniamo al soggetto principale.    
Le superfici vetrate del modello sono molto vaste e ben fatte, anche se la trasparenza, visto lo spessore, non è delle migliori (un set Falcon o Squadron sarebbe veramente benvenuto); purtroppo sono anche leggermente più larghe della fusoliera, che perciò consiglio di spessorare con strisce di plasticard da 0,3 mm sulla giunzione dorsale, onde ottenere una perfetta unione ed evitare l'uso di stucco vicino a questi pezzi delicati. Anche il radome semitrasparente è affetto da un lieve sovradimensionamento della sezione: la soluzione è la medesima. Ricordo che parecchi velivoli avevano dei rinforzi in listelli di alluminio all'interno dell'affusolato poppino in perspex, ad evitare un peculiare fenomeno di implosione alle alte velocità; un dettaglio da tenere in considerazione perchè ovviamente piuttosto visibile.
Passiamo all'esterno della fusoliera, le cui linee tormentate sono state accuratamente riprodotte. Sui fianchi, proprio sotto la posizione del pilota, si trovano i due supporti per le antenne esterne del radar SCR-720: sono da asportare accuratamente e incollare più indietro di esattamente 9 mm. Da aggiungere anche un altro paio di antenne sui lati del muso, vicino al parabrezza. Volendo, ma non è indispensabile, si possono incidere sulla superficie ventrale i contorni degli scarichi bossoli delle armi: 4 rettangolari per i cannoni più uno quadrato e centrale per la torretta delle 12,7 mm. Fare attenzione che sul P-61A tali condotti erano appunto chiusi da portellini a comando idraulico e si aprivano solo all'atto dello sparo, quindi ci si può fermare qui. I cannoni dei P-61B erano invece privi di queste complicazioni, perciò le 4 aperture sono da praticare veramente.
E' il turno delle semiali, piuttosto ben fatte, seppur bisognose di parecchi interventi di rifinitura. Le fessure dorsali da cui fuoriescono i diruttori sono rappresentate da due profonde scanalature parallele, davanti ai flap; quella più avanzata deve sparire, in realtà non esisteva. Vi sono diverse altre linee un po' fantasiose sparse sulle superfici, ad esempio le tre classiche luci di identificazione rosso-verde-arancio erano soltanto sotto la punta dell'ala destra.
I terminali alari, visti di fronte, devono avere un aspetto più rastremato, ottenibile limando obliquamente, sopra e sotto, gli ultimi 3-4 mm delle estremità. Poco più all'interno, sull'estradosso, si aggiunga una piccola luce di navigazione a goccia.
I piccoli alettoni necessitano delle alette dei trim (solo per i P-61A) con relative aste di comando (una sul dorso del destro e l'altra sul ventre del sinistro), delle masse dei contrappesi anteriori (due per ciascun alettone, da incidere sopra e sotto l'ala) e di qualche leggero dettaglio che riproduca la centinatura ricoperta in tela. Proprio davanti ad essi, sul dorso alare, le vistose carenature che ospitavano i rinvii dei relativi cavi di comando sono da rifare ex novo perchè del tutto errate.
Sull'intradosso, le alette dei radiatori dell'olio sono solo abbozzate, perciò siete invitati a  praticare al loro posto due aperture rettangolari e di rifarle in plasticard sottile.
Ancora, il breve raccordo sul bordo di fuga delle semiali esterne, fra queste e le gondole, non deve seguire la linea dei flap ma essere perpendicolare al trave di coda; basta togliere un triangolino di plastica con il cutter e rifinire con una limetta tonda. Si può tranquillamente evitare di separare qualche superficie mobile per angolarla e rendere (sbagliando) più realistico il modello o, peggio ancora, di riprodurre i diruttori in posizione estratta (magari entrambi, grossa ingenuità che ho visto su più di un modello…). Infatti la procedura di parcheggio del Black Widow prevedeva l'azionamento di un blocco dei comandi di volo in assetto neutro. Ecco spiegato l'aspetto così "liscio" dei P-61 al suolo.
Le istruzioni, e soprattutto il fantasioso disegno sulla scatola, fanno parecchia confusione riguardo ai quattro serbatoi sganciabili forniti, peraltro piuttosto ben fatti. Soltanto 20 P-61A-11 uscirono di fabbrica con due piloni subalari, esterni ai motori, anche se alcuni (pochi) altri esemplari della versione A ne furono dotati presso i reparti operativi. I P-61B invece, a seconda della serie costruttiva, potevano avere nessuno, due o quattro piloni, perciò regolarsi di conseguenza sull'esemplare scelto per la riproduzione. Per finire, le grandi prese d'aria sui bordi d'attacco sono abbastanza realistiche, basta solo assottigliare dall'esterno le loro labbra dal profilo troppo squadrato.
Gondole motori e travi di coda. I propulsori radiali sono un po' schematici (solo una stella e dettagli scarsi), ma le cofanature sono molto profilate e insieme ad eliche ed ogive aiutano parecchio a nasconderli. Per gli incontentabili ci sono comunque gli eccezionali e poco costosi P&W R-2800 early model in resina della Aires, kit 7016, questa volta vivamente raccomandati. Le eliche sono molto buone, con pale da assemblare singolarmente, e hanno ogive adeguate, che bisogna però prolungare fin dentro le capottatature, una delle peculiari soluzioni aerodinamiche di questo caccia. Si tratta di una breve porzione tubolare fissa che raccorda l'ogiva con la base dei cilindri, carenando totalmente il carter del riduttore e lasciando spuntare nella parte alta solo i due grossi distributori dell'accensione e la relativa bobina fra di essi.
L'errore più macroscopico del kit risiede nelle gondole, che si estendono un po' troppo davanti all'ala e quindi portano eccessivamente avanti i motori e le eliche. Una precisa indicazione di ciò si ha dal fatto che il lato posteriore dei flabelli di raffreddamento, in posizione chiusa, dovrebbe allinearsi perfettamente con il bordo d'attacco alare, mentre sul modello essi rimangono distanziati di 2 mm; valore che può sembrare irrisorio, ma che invece altera visibilmente l'aspetto di questa zona. E' però abbastanza semplice asportare con un seghetto il "muso" dei travi per ricondurli a una dimensione corretta, senza timore di portar via anche l'incastro per i motori, che si possono benissimo incollare a contatto.
Fatto questo, ci si arma della fedele limetta e si provvede ad arrotondare il ventre della gondola che, visto di profilo, non era rettilineo ma deve infilarsi nella corona dei flabelli con una curva percepibile. Si dovrebbe anche limare “ad angolo” tutta la circonferenza dietro ai motori per dare spazio ai tubi di scarico, che però il kit non ci fornisce. Avevano una sezione ovale e ce n’erano ben 18 per propulsore, affioranti nello spazio fra contronaca e flabelli, ma senza prolungarsi dietro di questi. Insomma sarebbero visibili solo guardando bene da dietro, perciò... ci siamo capiti, per chi si accontenta basta riprodurre le tipiche tracce grigiastre a verniciatura finita e morta lì! Con cinque tagli longitudinali si separeranno fra loro le quattro alette superiori di ogni corona, le uniche che, appunto, non hanno una paretina che le raccordi alle altre.
L'ultimo intervento in quest'area (che ormai assomiglia a un cantiere, data la mole di lavori...) riguarda la griglia ventrale, subito dietro ciascun motore, che scarica parte dell'aria dagli intercooler. Sul modello è solo accennata, poco realistica, meglio sostituirla con una più consona retina fine (es. Trimaster Modeling Mesh 101). Tra ogni griglia e il carrello ci sono le coppie dei veri flabelli mobili degli intercooler, che però erano quasi sempre chiusi.
Ci spostiamo all'estremità opposta per menzionare soltanto che i timoni richiedono l'aggiunta dei comandi dei trim, entrambi sul lato destro.
L'impennaggio orizzontale ha un paio di difetti: per cominciare, lo spessore è troppo sottile di 1 mm, ovvero del 25%. L'unica soluzione sarebbe il rifacimento integrale del pezzo con plasticard da 4 mm, lavoro non troppo difficile, ma tedioso alquanto e non assolutamente necessario, se non per i più assatanati perfezionisti. Perciò, agli amanti della vita comoda consiglio di usare la parte così com'è seppure rovesciandola, con il dorso piatto e il ventre convesso: il suo profilo era, per l'appunto, deportante. Basta una leggera modifica agli incastri nelle derive e il gioco è fatto. I soliti comandi per le tre alette sul bordo di fuga sono da rifare anche qui (due sopra, uno sotto) perchè sono appena accennati.
Delle ruote ho già detto e il resto del carrello è più che dignitoso; certo si trova sempre il modo di migliorare qualche particolare, come i tubi dei freni o i supporti del parafango anteriore, da rifare con filo di rame sottile. L'interno di tutti i portelli è piacevolmente dettagliato, come pure il vano del ruotino.
Gli alloggiamenti principali, invece, sono piuttosto spogli e poco profondi. Indicativamente il “tetto” della parte posteriore (che è l’intradosso dell’ala del modello) deve essere "aperto" verso l'alto per creare l'alloggiamento della ruota. Nella zona anteriore si può riprodurre in plasticard la faccia inferiore di uno dei due serbatoi alari, che aveva anche uno scasso longitudinale per accogliere la gamba di forza quando ripiegata. C'è un'utile fotografia a pag. 22 del volumetto n. 15 della collana WarbirdTech, fascicolo assai interessante ma da maneggiare con cautela: contiene infatti numerose immagini dettagliate dei prototipi X/YP-61, che, per certi aspetti, erano molto differenti dai velivoli di serie.
A dispetto delle istruzioni, la finitura più comune per i vani del carrello, le facce interne dei portelli, le gambe di forza, i cerchioni, l'interno delle cofanature e delle prese d'aria era metallo naturale, cioè alluminio anodizzato (o nel caso, vernice argentata a coprire elementi in acciaio).
Le minuscole antenne in fotoincisione sono delicate quanto basta; attenzione a montare le MA2 del radioaltimetro solo se necessario (molti P-61A ne erano privi) e a inclinare verso destra sotto i travi di coda le due MA3 per le radio VHF SCR-522 di bordo. Poco dietro quella sinistra occorre inoltre aggiungere un'altra sottile antenna a frusta in sprue stirato per l'IFF SCR-695.
Le decals sono discretamente stampate e si riferiscono a due esemplari con livrea Olive Drab/Neutral Gray, tipica dei primissimi lotti costruttivi, quando non era ancora stata standardizzata la mimetica notturna anti-fotoelettriche in Jet Black lucido.
Il primo è Jap Batty, un P-61A-1-NO del 6° NFS, basato a Saipan (isole Marianne) nell'estate del 1944, a protezione della base da cui decollavano i B-29 per bombardare il Giappone. Era inizialmente dotato del famigerato serbatoio supplementare dorsale, che venne sbarcato per i voli operativi. Aveva anche il radioaltimetro SCR-718 (le antenne ventrali a T rovesciata di cui sopra) e le antenne a filo per la radio HF SCR-274, che vanno dalle punte delle derive all'abitacolo dell'operatore radar. Il muso era di un colore bianco latteo traslucido, riproducibile con una mano di vernice bianco lucido parzialmente diluita, stesa sopra il radome semitrasparente.
I distintivi forniti hanno diversi inconvenienti. Le matricole sui travi di coda non erano gialle, ma rosse (questo è valido per tutti i P-61, anche se con mimetica diurna) e le cifre erano più ridotte, alte 12", e di grafia diversa: è necessario sostituirle, magari trovandole nei fogli Superscale come il 72-263. Anche le coccarde alari sono troppo grandi, infatti tutte le insegne erano da 25", come quelle sui travi di coda. Ben fatto lo stemma del pipistrello-boxeur.
Il secondo velivolo è il famoso Borrowed Time, un P-61A-5-NO con il muso giallo, una bella bocca di squalo e le strisce d'invasione, impiegato dall'asso Lt. Herman Ernst, con operatore il 2nd Lt. Edward Kopsel; operava nel 422° NFS (9a Air Force) in Francia, nell'estate 1944. Su questo aereo nessuna torretta, radioaltimetro o antenne HF a filo; piuttosto, le istruzioni non ne fanno cenno, ma sono da verniciare in nero opaco le superfici del sistema antighiaccio sui bordi d'attacco degli impennaggi e, strano ma vero, della sola ala sinistra, la destra essendone palesemente priva (esiste la prova fotografica, probabilmente erano in corso di smontaggio).
I problemi per coccarde e matricole sono i medesimi visti poc’anzi, in più la bocca di squalo manca di un sottile bordino nero superiore e il muso giallo necessita di un filetto rosso posteriore. Sul lato sinistro, davanti al parabrezza, al posto della decal n. 12 c'erano invece i nomi dell'equipaggio con una fila di marchi di missione (fulmini gialli) e la sagoma rossa di una V-1 abbattuta. Infine manca pure la riproduzione di una minuscola pin-up stile Vargas che era dipinta sul copricerchio del ruotino.
Per entrambi gli esemplari sono fornite numerose stencil, alcune delle quali sono però di colore nero inadatto alla bisogna, dovendo essere, come le matricole, tutte rosse. Non usate i minuscoli marchietti Curtiss Electric (n. 37) per le eliche, non presenti su questi due aerei.
Abbiamo finalmente terminato e la somma di tutto questo studio è che ci troviamo per le mani un modello onesto, insomma una buona piattaforma di partenza che necessita, è vero, di numerose attenzioni, ma permette di ottenere una accattivante riproduzione.


                                                                                 Alberto Zanfi
                                                                                 IPMS Modena
                                                                                     n. 823




 
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