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Questo kit si merita
un'analisi approfondita perchè costituisce l’unica base decente
per realizzare un buon P-61 in questa scala, perciò vale la pena
di integrarlo con una serie di modifiche a correzione di alcune
deficienze (non gravi), eliminate le quali sarà una riproduzione
davvero apprezzabile.
Si tratta di una scatola di montaggio abbastanza recente (1994) che
comprende sei stampate in plastica grigio chiaro, una stampata per i
trasparenti (capottine e radome) e una lastrina fotoincisa per le
antenne più sottili. La qualità generale dei pezzi
è buona, con un discreto dettaglio superficiale in negativo, ma
la precisione dell'assemblaggio non lo è altrettanto.
Le aree che daranno indubbiamente dei problemi di aggiustaggio, con
prevedibili, successivi interventi a base di molto stucco e carta
abrasiva, sono le giunzioni fra i sottoinsiemi principali come travi di
coda, impennaggio, semiali, fusoliera. Soprattutto l'unione di questi
ultimi elementi richiede parecchio impegno perchè il diedro
alare non è affatto fissato in modo sicuro dall'approssimativo
incastro alla radice. Ci si dovrà arrangiare con spessori e/o
longheroni interni e consultare disegni e fotografie per raggiungere un
convincente assetto finale.
Inizierò con un'affermazione paradossale: se avete in mente di
costruire la riproduzione di un P-61A non comprate questa scatola,
bensì quella (quasi) gemella dalla stessa casa dedicata al
P-61B! La spiegazione è nascosta nelle due piccole stampate che
differenziano le confezioni. Nella scatola B troviamo infatti i pezzi
per la torretta dorsale con quattro mitragliatrici, il muso più
lungo (caratteristico di tale variante) e il ruotino anteriore con il
(corretto) cerchio a sei raggi. Viceversa nella versione A ci sono: un
serbatoio supplementare (installato al posto della torretta ma solo nei
voli di trasferimento nel teatro del Pacifico, mai in operazioni), un
ruotino con cerchio pieno (errato, perchè solo la sua faccia
opposta alla forcella era eventualmente chiusa da un disco protettivo),
i pezzi per il radar visibile dietro il radome semitrasparente
(inutili, perchè in realtà il muso era quasi opaco,
quando poi non era ricoperto di vernice presso i reparti) e una piastra
da applicare in assenza della torretta o del serbatoio (eventualmente
facilissima da riprodurre con un semplice disco di plasticard).
Come si vede, nel nostro kit del P-61A abbiamo una serie di parti che
ci servono a poco o niente, mentre ci sarebbero più utili la
torretta, che era installata sui Black Widow della prima serie
(P-61°-1) fino al 38° esemplare e il ruotino "giusto" (il
radome corto degli A si trova in entrambe le confezioni).
Già che siamo in tema, anche le ruote principali hanno una seria
pecca, cioè presentano i fori di ventilazione solo sulla faccia
interna, mentre quella esterna (la più visibile!) è priva
di dettagli. Inevitabile ricorrere al set di ruote in resina True
Detail 72026, veramente molto belle (ma non usate il ruotino, anch'esso
ha il cerchio totalmente pieno). E' interessante notare come B-25
Mitchell, B-26 Marauder, A-26 Invader e il nostro P-61 avessero in
comune le stesse ruote del carrello principale, dettaglio illuminante
sulla stazza da bombardiere medio di questo caccia notturno.
Nessun problema per le dimensioni di massima, tutte restituite
accuratamente, con l'unica eccezione di una lunghezza della fusoliera,
scarsa di 2 mm, difetto invero quasi inavvertibile e da attribuire
comunque al poppino trasparente un pò troppo corto. Per chi
è interessato, i migliori disegni in scala finora pubblicati sul
nostro velivolo sono apparsi su Scale Models del lontano luglio 1980 e
sono anche quelli dall'aspetto più dimesso (l'apparenza
inganna)! Diffidate di altri disegni più appariscenti, come
quelli nella monografia della ceca MBI: sembrano molto
particolareggiati, ma sono infarciti di errori anche grossolani.
Peraltro il più completo testo sul soggetto è Northrop
P-61 Black Widow di Pape e Campbell, edito da Motorbooks nel 1991 per
la serie Warbird History: pubblicazione profusamente illustrata e
realmente indispensabile.
I pezzi dedicati agli interni sono veramente numerosi e per l'abitacolo
anteriore permettono di raggiungere un buon risultato. La postazione
caudale dell'operatore radar invece, essendo la più spoglia
delle tre, richiede l’aggiunta di numerosi dettagli supplementari come
scatole nere, ecc.. I sedili del mitragliere (situato dietro al pilota)
e dell'operatore devono perdere l'aspetto di poltrone da salotto;
bisogna quindi asportarne i massicci braccioli, da rifare con filo di
rame piegato per riprodurne la struttura tubolare. Naturalmente se il
P-61 che si va a realizzare è privo di torretta non si devono
montare i relativi sistemi di puntamento telecomandato (pezzi D6). Il
cruscotto del pilota deve essere modificato per aggiungere, in basso a
sinistra, un grosso pannello inclinato recante numerosi interruttori.
Particolari vistosamente mancanti dalla cabina anteriore sono le due
blindature verticali ripiegabili, a protezione frontale del mitragliere
e dorsale del pilota, ubicate giusto sopra il portello di accesso nel
pavimento. Erano simili alle porte dei saloon nei western: imperniate
sui fianchi dell'abitacolo, si aprivano all'indietro per consentire il
passaggio attraverso la caratteristica botola nel vano del carrello
anteriore (che è inclusa, insieme alla sua scaletta pieghevole).
Ad essere pignoli, sul lato destro della paratia posteriore C6 si
dovrebbe pure rimuovere la gibbosità a forma di bombola che
sarebbe un riscaldatore potenziato per la cabina, montato però
solo a partire dalla versione B.
Francamente, non mi sento di consigliare l’Aires 7020, unico kit di
arricchimento per interni disponibile, nonostante i prodotti di questa
azienda ceca siano solitamente di ottimo livello. Il motivo è
che stavolta non si ottiene un risultato molto migliore che usando i
pezzi originali, perchè alcuni dettagli riprodotti in resina
sono caratteristici del solo P-61B, oppure sono sbagliati o riprendono,
senza correggerli, errori del modello Dragon. Per esempio, la paratia
caudale con gli apparati radio/radar è del tutto errata, il
sedile del pilota aveva una foggia molto diversa e il vistoso gradino
che separa il pavimento rialzato dell'armiere da quello del pilota deve
trovarsi giusto alle spalle di quest'ultimo e non a metà strada
fra i due. Oltretutto, la "vasca" dell'abitacolo anteriore è un
pò svergolata e anche troppo corta di 3 mm buoni, quindi
adattabile con troppa difficoltà. Ma torniamo al soggetto
principale.
Le superfici vetrate del modello sono molto vaste e ben fatte, anche se
la trasparenza, visto lo spessore, non è delle migliori (un set
Falcon o Squadron sarebbe veramente benvenuto); purtroppo sono anche
leggermente più larghe della fusoliera, che perciò
consiglio di spessorare con strisce di plasticard da 0,3 mm sulla
giunzione dorsale, onde ottenere una perfetta unione ed evitare l'uso
di stucco vicino a questi pezzi delicati. Anche il radome
semitrasparente è affetto da un lieve sovradimensionamento della
sezione: la soluzione è la medesima. Ricordo che parecchi
velivoli avevano dei rinforzi in listelli di alluminio all'interno
dell'affusolato poppino in perspex, ad evitare un peculiare fenomeno di
implosione alle alte velocità; un dettaglio da tenere in
considerazione perchè ovviamente piuttosto visibile.
Passiamo all'esterno della fusoliera, le cui linee tormentate sono
state accuratamente riprodotte. Sui fianchi, proprio sotto la posizione
del pilota, si trovano i due supporti per le antenne esterne del radar
SCR-720: sono da asportare accuratamente e incollare più
indietro di esattamente 9 mm. Da aggiungere anche un altro paio di
antenne sui lati del muso, vicino al parabrezza. Volendo, ma non
è indispensabile, si possono incidere sulla superficie ventrale
i contorni degli scarichi bossoli delle armi: 4 rettangolari per i
cannoni più uno quadrato e centrale per la torretta delle 12,7
mm. Fare attenzione che sul P-61A tali condotti erano appunto chiusi da
portellini a comando idraulico e si aprivano solo all'atto dello sparo,
quindi ci si può fermare qui. I cannoni dei P-61B erano invece
privi di queste complicazioni, perciò le 4 aperture sono da
praticare veramente.
E' il turno delle semiali, piuttosto ben fatte, seppur bisognose di
parecchi interventi di rifinitura. Le fessure dorsali da cui
fuoriescono i diruttori sono rappresentate da due profonde scanalature
parallele, davanti ai flap; quella più avanzata deve sparire, in
realtà non esisteva. Vi sono diverse altre linee un po'
fantasiose sparse sulle superfici, ad esempio le tre classiche luci di
identificazione rosso-verde-arancio erano soltanto sotto la punta
dell'ala destra.
I terminali alari, visti di fronte, devono avere un aspetto più
rastremato, ottenibile limando obliquamente, sopra e sotto, gli ultimi
3-4 mm delle estremità. Poco più all'interno,
sull'estradosso, si aggiunga una piccola luce di navigazione a goccia.
I piccoli alettoni necessitano delle alette dei trim (solo per i P-61A)
con relative aste di comando (una sul dorso del destro e l'altra sul
ventre del sinistro), delle masse dei contrappesi anteriori (due per
ciascun alettone, da incidere sopra e sotto l'ala) e di qualche leggero
dettaglio che riproduca la centinatura ricoperta in tela. Proprio
davanti ad essi, sul dorso alare, le vistose carenature che ospitavano
i rinvii dei relativi cavi di comando sono da rifare ex novo
perchè del tutto errate.
Sull'intradosso, le alette dei radiatori dell'olio sono solo abbozzate,
perciò siete invitati a praticare al loro posto due
aperture rettangolari e di rifarle in plasticard sottile.
Ancora, il breve raccordo sul bordo di fuga delle semiali esterne, fra
queste e le gondole, non deve seguire la linea dei flap ma essere
perpendicolare al trave di coda; basta togliere un triangolino di
plastica con il cutter e rifinire con una limetta tonda. Si può
tranquillamente evitare di separare qualche superficie mobile per
angolarla e rendere (sbagliando) più realistico il modello o,
peggio ancora, di riprodurre i diruttori in posizione estratta (magari
entrambi, grossa ingenuità che ho visto su più di un
modello…). Infatti la procedura di parcheggio del Black Widow prevedeva
l'azionamento di un blocco dei comandi di volo in assetto neutro. Ecco
spiegato l'aspetto così "liscio" dei P-61 al suolo.
Le istruzioni, e soprattutto il fantasioso disegno sulla scatola, fanno
parecchia confusione riguardo ai quattro serbatoi sganciabili forniti,
peraltro piuttosto ben fatti. Soltanto 20 P-61A-11 uscirono di fabbrica
con due piloni subalari, esterni ai motori, anche se alcuni (pochi)
altri esemplari della versione A ne furono dotati presso i reparti
operativi. I P-61B invece, a seconda della serie costruttiva, potevano
avere nessuno, due o quattro piloni, perciò regolarsi di
conseguenza sull'esemplare scelto per la riproduzione. Per finire, le
grandi prese d'aria sui bordi d'attacco sono abbastanza realistiche,
basta solo assottigliare dall'esterno le loro labbra dal profilo troppo
squadrato.
Gondole motori e travi di coda. I propulsori radiali sono un po'
schematici (solo una stella e dettagli scarsi), ma le cofanature sono
molto profilate e insieme ad eliche ed ogive aiutano parecchio a
nasconderli. Per gli incontentabili ci sono comunque gli eccezionali e
poco costosi P&W R-2800 early model in resina della Aires, kit
7016, questa volta vivamente raccomandati. Le eliche sono molto buone,
con pale da assemblare singolarmente, e hanno ogive adeguate, che
bisogna però prolungare fin dentro le capottatature, una delle
peculiari soluzioni aerodinamiche di questo caccia. Si tratta di una
breve porzione tubolare fissa che raccorda l'ogiva con la base dei
cilindri, carenando totalmente il carter del riduttore e lasciando
spuntare nella parte alta solo i due grossi distributori
dell'accensione e la relativa bobina fra di essi.
L'errore più macroscopico del kit risiede nelle gondole, che si
estendono un po' troppo davanti all'ala e quindi portano eccessivamente
avanti i motori e le eliche. Una precisa indicazione di ciò si
ha dal fatto che il lato posteriore dei flabelli di raffreddamento, in
posizione chiusa, dovrebbe allinearsi perfettamente con il bordo
d'attacco alare, mentre sul modello essi rimangono distanziati di 2 mm;
valore che può sembrare irrisorio, ma che invece altera
visibilmente l'aspetto di questa zona. E' però abbastanza
semplice asportare con un seghetto il "muso" dei travi per ricondurli a
una dimensione corretta, senza timore di portar via anche l'incastro
per i motori, che si possono benissimo incollare a contatto.
Fatto questo, ci si arma della fedele limetta e si provvede ad
arrotondare il ventre della gondola che, visto di profilo, non era
rettilineo ma deve infilarsi nella corona dei flabelli con una curva
percepibile. Si dovrebbe anche limare “ad angolo” tutta la
circonferenza dietro ai motori per dare spazio ai tubi di scarico, che
però il kit non ci fornisce. Avevano una sezione ovale e ce
n’erano ben 18 per propulsore, affioranti nello spazio fra contronaca e
flabelli, ma senza prolungarsi dietro di questi. Insomma sarebbero
visibili solo guardando bene da dietro, perciò... ci siamo
capiti, per chi si accontenta basta riprodurre le tipiche tracce
grigiastre a verniciatura finita e morta lì! Con cinque tagli
longitudinali si separeranno fra loro le quattro alette superiori di
ogni corona, le uniche che, appunto, non hanno una paretina che le
raccordi alle altre.
L'ultimo intervento in quest'area (che ormai assomiglia a un cantiere,
data la mole di lavori...) riguarda la griglia ventrale, subito dietro
ciascun motore, che scarica parte dell'aria dagli intercooler. Sul
modello è solo accennata, poco realistica, meglio sostituirla
con una più consona retina fine (es. Trimaster Modeling Mesh
101). Tra ogni griglia e il carrello ci sono le coppie dei veri
flabelli mobili degli intercooler, che però erano quasi sempre
chiusi.
Ci spostiamo all'estremità opposta per menzionare soltanto che i
timoni richiedono l'aggiunta dei comandi dei trim, entrambi sul lato
destro.
L'impennaggio orizzontale ha un paio di difetti: per cominciare, lo
spessore è troppo sottile di 1 mm, ovvero del 25%. L'unica
soluzione sarebbe il rifacimento integrale del pezzo con plasticard da
4 mm, lavoro non troppo difficile, ma tedioso alquanto e non
assolutamente necessario, se non per i più assatanati
perfezionisti. Perciò, agli amanti della vita comoda consiglio
di usare la parte così com'è seppure rovesciandola, con
il dorso piatto e il ventre convesso: il suo profilo era, per
l'appunto, deportante. Basta una leggera modifica agli incastri nelle
derive e il gioco è fatto. I soliti comandi per le tre alette
sul bordo di fuga sono da rifare anche qui (due sopra, uno sotto)
perchè sono appena accennati.
Delle ruote ho già detto e il resto del carrello è
più che dignitoso; certo si trova sempre il modo di migliorare
qualche particolare, come i tubi dei freni o i supporti del parafango
anteriore, da rifare con filo di rame sottile. L'interno di tutti i
portelli è piacevolmente dettagliato, come pure il vano del
ruotino.
Gli alloggiamenti principali, invece, sono piuttosto spogli e poco
profondi. Indicativamente il “tetto” della parte posteriore (che
è l’intradosso dell’ala del modello) deve essere "aperto" verso
l'alto per creare l'alloggiamento della ruota. Nella zona anteriore si
può riprodurre in plasticard la faccia inferiore di uno dei due
serbatoi alari, che aveva anche uno scasso longitudinale per accogliere
la gamba di forza quando ripiegata. C'è un'utile fotografia a
pag. 22 del volumetto n. 15 della collana WarbirdTech, fascicolo assai
interessante ma da maneggiare con cautela: contiene infatti numerose
immagini dettagliate dei prototipi X/YP-61, che, per certi aspetti,
erano molto differenti dai velivoli di serie.
A dispetto delle istruzioni, la finitura più comune per i vani
del carrello, le facce interne dei portelli, le gambe di forza, i
cerchioni, l'interno delle cofanature e delle prese d'aria era metallo
naturale, cioè alluminio anodizzato (o nel caso, vernice
argentata a coprire elementi in acciaio).
Le minuscole antenne in fotoincisione sono delicate quanto basta;
attenzione a montare le MA2 del radioaltimetro solo se necessario
(molti P-61A ne erano privi) e a inclinare verso destra sotto i travi
di coda le due MA3 per le radio VHF SCR-522 di bordo. Poco dietro
quella sinistra occorre inoltre aggiungere un'altra sottile antenna a
frusta in sprue stirato per l'IFF SCR-695.
Le decals sono discretamente stampate e si riferiscono a due esemplari
con livrea Olive Drab/Neutral Gray, tipica dei primissimi lotti
costruttivi, quando non era ancora stata standardizzata la mimetica
notturna anti-fotoelettriche in Jet Black lucido.
Il primo è Jap Batty, un P-61A-1-NO del 6° NFS, basato a
Saipan (isole Marianne) nell'estate del 1944, a protezione della base
da cui decollavano i B-29 per bombardare il Giappone. Era inizialmente
dotato del famigerato serbatoio supplementare dorsale, che venne
sbarcato per i voli operativi. Aveva anche il radioaltimetro SCR-718
(le antenne ventrali a T rovesciata di cui sopra) e le antenne a filo
per la radio HF SCR-274, che vanno dalle punte delle derive
all'abitacolo dell'operatore radar. Il muso era di un colore bianco
latteo traslucido, riproducibile con una mano di vernice bianco lucido
parzialmente diluita, stesa sopra il radome semitrasparente.
I distintivi forniti hanno diversi inconvenienti. Le matricole sui
travi di coda non erano gialle, ma rosse (questo è valido per
tutti i P-61, anche se con mimetica diurna) e le cifre erano più
ridotte, alte 12", e di grafia diversa: è necessario
sostituirle, magari trovandole nei fogli Superscale come il 72-263.
Anche le coccarde alari sono troppo grandi, infatti tutte le insegne
erano da 25", come quelle sui travi di coda. Ben fatto lo stemma del
pipistrello-boxeur.
Il secondo velivolo è il famoso Borrowed Time, un P-61A-5-NO con
il muso giallo, una bella bocca di squalo e le strisce d'invasione,
impiegato dall'asso Lt. Herman Ernst, con operatore il 2nd Lt. Edward
Kopsel; operava nel 422° NFS (9a Air Force) in Francia, nell'estate
1944. Su questo aereo nessuna torretta, radioaltimetro o antenne HF a
filo; piuttosto, le istruzioni non ne fanno cenno, ma sono da
verniciare in nero opaco le superfici del sistema antighiaccio sui
bordi d'attacco degli impennaggi e, strano ma vero, della sola ala
sinistra, la destra essendone palesemente priva (esiste la prova
fotografica, probabilmente erano in corso di smontaggio).
I problemi per coccarde e matricole sono i medesimi visti poc’anzi, in
più la bocca di squalo manca di un sottile bordino nero
superiore e il muso giallo necessita di un filetto rosso posteriore.
Sul lato sinistro, davanti al parabrezza, al posto della decal n. 12
c'erano invece i nomi dell'equipaggio con una fila di marchi di
missione (fulmini gialli) e la sagoma rossa di una V-1 abbattuta.
Infine manca pure la riproduzione di una minuscola pin-up stile Vargas
che era dipinta sul copricerchio del ruotino.
Per entrambi gli esemplari sono fornite numerose stencil, alcune delle
quali sono però di colore nero inadatto alla bisogna, dovendo
essere, come le matricole, tutte rosse. Non usate i minuscoli
marchietti Curtiss Electric (n. 37) per le eliche, non presenti su
questi due aerei.
Abbiamo finalmente terminato e la somma di tutto questo studio è
che ci troviamo per le mani un modello onesto, insomma una buona
piattaforma di partenza che necessita, è vero, di numerose
attenzioni, ma permette di ottenere una accattivante riproduzione.
Alberto Zanfi
IPMS Modena
n. 823
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